Preparata dal Servizio per la Pastorale della salute, in collaborazione con la Terza Zona Pastorale, Mercoledì 11 Febbraio, abbiamo vissuto, nella Concattedrale di Castellammare di Stabia, la nostra Giornata del malato.
Per questa XXXIV edizione della Giornata, Papa Leone ha dato come tema “la compassione del samaritano” e lungo questo filo ispiratore si sono sviluppate alcune testimonianze, che ci hanno poi condotto alla Celebrazione Eucaristica, con il sacramento dell’Unzione degli infermi.
La V. presidente della locale Associazione Volontari Ospedalieri, Debora Liguori, ne ha illustrato le finalità e le modalità operative, a servizio degli ammalati. Ha sottolineato il carattere laico e apolitico della sua associazione, spiegando il valore simbolico del camice che contraddistingue i membri: chiamati ad operare ovunque si trovino.
Francesco Francolangi ha esordito affermando che il Signore è il suo samaritano e che da Lui è stato portato alla locanda, che è la chiesa, In essa riceve cure ed alimento spirituale. Si è poi soffermato a raccontare brevemente la sua esperienza, quale case manager del pDTA dell’ASL NA 3 Sud. Afferma che il suo lavoro è coordinare il percorso oncologico , accompagnando i pazienti nel loro cammino fino al termine del percorso di cura. Nella sua attività professionale incontra tra gli ammalati, tanti che hanno una visione distorta di dio, pensando che sia Lui a mandare la malattia. Ugualmente incontra persone sante, che in virtù della grazia, si affidano pienamente e con fiducia al Signore. Ci sono anche tanti angeli in camice bianco che si prendono cura degli infermi. Da Francesco è anche giunto un accorato appello a parlare di Dio, a quanti sono nella malattia.
Rosaria Giordano a sua volta ha illustrato come sia nata l’esperienza del movimento Fede e Luce: il tutto è partito dal rifiuto opposto, in Francia, 50 anni fa, ad una famiglia con figli disabili, desiderosi di partecipare ad un pellegrinaggio a Lourdes. Fede e Luce è costituita da comunità di famiglie, con persone disabili ed amici. Offre percorsi di fede, amicizia, sostegno reciproco. Domenica 22 Febbraio, con la Celebrazione Eucaristica , presso la Parrocchia di Gesù Buon Pastore, nascerà “ufficialmente” anche nella nostra Diocesi, una prima comunità di Fede e Luce.
Nel suo intervento, Francesco Vitaglione, giovane studente di teologia e volontario di Lourdes, ha testimoniato di vivere in pienezza e con entusiasmo la vita, traendo, proprio dalla sua malattia, grazie al cammino spirituale, la forza necessaria per la propria realizzazione e per mettersi al servizio degli altri.
Mons. Alfano nella sua omelia, sul brano delle nozze di cana (Gv. 2,1-11), ha sviluppato tre passaggi:
Le nozze: immagine di pienezza
Anzitutto, il Vangelo ci consegna un’immagine di festa, di abbondanza, di compimento. Le nozze sono simbolo di pienezza: raccontano il desiderio di Dio di incontrare l’umanità in un’alleanza feconda, gioiosa, traboccante.
Ma cosa accade quando questa immagine si confronta con la vita di un malato? Don Franco ha evidenziato la tensione: la festa sembra lontana dall’esperienza di chi vive il limite, la fragilità, il dolore. Proprio questa distanza, però, ci aiuta a comprendere che la promessa di Dio non è cancellata dalla sofferenza. Anche nella stanza di ospedale, anche nel corpo segnato dalla malattia, Dio continua a preparare nozze, cioè comunione, dignità, speranza.
Il vino che manca
«Non hanno più vino». È la constatazione di Maria, attenta al bisogno, capace di intercettare la mancanza prima ancora che diventi scandalo pubblico.
Don Franco ha accostato questa frase alla condizione del malato: nella malattia spesso viene a mancare il “vino” della vita – l’energia, la progettualità, talvolta la serenità. Può venir meno perfino la percezione di essere ancora parte di una festa.
E allora perché la liturgia propone proprio questo Vangelo? Per ricordarci che Dio non è indifferente alla mancanza. Egli non elimina magicamente l’acqua della fatica, ma la trasforma. E lo fa coinvolgendo l’uomo: i servi riempiono le giare, collaborano, obbediscono, si mettono in gioco. Il miracolo nasce dentro una relazione.
Da acqua a vino: la nostra responsabilità
Il cuore dell’omelia è stato un invito chiaro: Dio chiama ciascuno di noi a collaborare perché il vino torni a scorrere nella vita degli ammalati. Il vino dell’amicizia, che rompe la solitudine. Il vino della fraternità, che restituisce appartenenza. Il vino della comunione, che dice “tu sei parte”. Il vino della compassione, che non fugge davanti alla fragilità.
Trasformare la nostra vita da acqua a vino significa lasciarci convertire: passare dall’indifferenza alla prossimità, dalla fretta all’ascolto, dalla delega alla corresponsabilità. Significa diventare, come Maria, persone capaci di accorgersi che il vino manca.
Nella Giornata del Malato, il Vangelo delle nozze di Cana non è dunque fuori luogo. È una promessa e una missione. Ci ricorda che anche dove sembra esserci solo acqua – quotidiana, semplice, fragile – Dio può far nascere vino buono. E che questo miracolo, oggi, passa anche attraverso le nostre mani.
Prima del rito dell’Unzione degli infermi, Don Antonio De Simone ha esortato, ad accostarsi al sacramento, con fede e con la consapevolezza che il Signore risana e sostiene nell’affrontare le malattie del corpo, come pure quelle dello spirito. La liturgia eucaristica è stata accompagnata dai canti delle corali delle parrocchie dell’Unità pastorale 7.
In allegato gli interventi integrali di Francesco Francolangi e di Francesco Vitaglione.













