Servizio per la Pastorale della Salute

Non è bene che l’uomo sia solo

“Non è bene che l’uomo sia solo” Gen 2,18 è il tema scelto per il terzo incontro, svoltosi giovedì 9 maggio, del percorso di formazione “Curare e prendersi cura” proposto durante quest’anno.

Il titolo, ispirato alla Parola utilizzata da Papa Francesco per il messaggio per la giornata del malato dello scorso febbraio, sottolinea l’importanza delle relazioni, della rete relazionale nel prendersi cura. Aggiungeva, infatti, il Papa “Curare il malato curando le relazioni”.

Con il messaggio di Papa Francesco è iniziato l’intervento di don Antonino D’Esposito, che ha sottolineato come l’uomo, formato a immagine della Trinità, costituzionalmente creato per la Comunione, è chiamato a realizzare sé stesso nel dinamismo delle relazioni di amicizia e di amore vicendevole. Tale concezione antropologica dell’uomo si scontra oggi con una cultura dell’individualismo e dell’efficientismo, che porta i malati e gli anziani a vivere il tempo della malattia nella solitudine.

È pertanto necessario recuperare la bellezza e la ricchezza del vivere in relazione, del poter mettere in relazione le persone tra loro e il proporre la relazione con Dio.

Don Antonino ha sottolineato poi l’importanza di re-integrare tutte le dimensioni dell’uomo, corpo, psiche (affettività) e anima (senso della vita). Dalla parola latina “salus”, infatti, derivano i termini salvezza e salute, significati che si è tendenzialmente portati a separare, avendo dato, per secoli, rilievo alla dimensione spirituale, sottolineando l’importanza della salvezza, ed estremizzando oggi la cura e la perfezione del corpo.

Il genio di Caravaggio ha reso visibile la bellezza delle relazioni e della cura nella sua opera “le sette opere di misericordia”. Ci ha Illustrato, don Antonino, come in tale opera del 1607, oggi conservata nel Pio Monte della Misericordia di Napoli, Caravaggio dipinse in un’unica scena le sette le opere di misericordia corporali in un scenario cittadino partenopeo, rappresentando insieme, ma distinte, scene tratte da temi della Bibbia e della storia romana, in cui “è l’uomo che aiuta l’uomo”. Sulla parte superiore del dipinto, si apprezzano la Madonna col Bambino e due angeli a significare che il Cielo non è indifferente alle vicende umane e che dove c’è Amore e Carità, c’è Dio.

“Poiché la tua grazia vale più della vita” sal 63,4 è il versetto che può sintetizzare, infine, l’opera di Giuseppe Castellano, custodita oggi nella sacrestia della parrocchia di san Michele a Piano di Sorrento, che raffigura il tempo della peste, in cui mentre la gente moriva riceveva i sacramenti, ad indicare che non possiamo evitare la sofferenza e la morte, ma possiamo rimanere in relazione con Dio e gli altri.

Tre testimoni, il pediatra lo Antonio Piscitelli, Marialuisa, mamma di Dominique (Bambino di 11 mesi con malattia inguaribile), e Vittorio, papà di Fatima (bambina deceduta otto anni fa all’età di dieci anni), hanno dato concretezza, con la semplicità e la profondità dei loro racconti, a quanto ascoltato. Ciascuno lo ha fatto con i suoi colori, il proprio punto di vista, la propria sensibilità.

Marialuisa con discrezione ci ha raccontato tutta la sofferenza di una madre, che si trova davanti ad una diagnosi infausta, ad una scelta drammatica di interrompere le cure, e allo stesso tempo tutta la speranza posta in Dio, che ogni giorno le dà la forza di vivere e restare accanto al figlio e la gratitudine per quanti l’aiutano a sostenere la situazione in cui si trova, facendosi prossimi e restandole accanto.

Il dr. Antonio, pediatra di libera scelta e responsabile per la regione Campania dell’associazione Fede e Luce, ci ha raccontato come tutto il senso di impotenza e di paura davanti alla sofferenza dei suoi piccoli pazienti e al dolore dei loro genitori si trasforma naturalmente in gratitudine, in pace quando sceglie semplicemente di restare accanto, di investire nella relazione. Con grande umiltà ci ha consegnato come non ha potuto e non può far nulla, come professionista, per i suoi piccoli pazienti, ma quanto piuttosto ha ricevuto in dono da loro, come l’imparare a non perdersi nulla della vita, a sorridere, essere coraggioso, a non aver più paura della morte.

Ed infine, Vittorio, con estrema semplicità, profondità e commozione, ci ha regalato la storia della sua piccola Fatima, per la cui breve e intensa vita è grato al Signore, in cui ha riposto e ripone tutta la sua fiducia. Fatima è tornata al Padre facendo festa, come lei stessa ha detto la sua ultima notte “Papà, aspetta… la festa!” e avendo voluto che la mamma Bianca preparasse un pranzo per far mangiare tutti i presenti (mamma, papà, Antonio-il pediatra-, l’infermiera e la sorellina) attorno a lei.

Il Mangiare insieme… Emblema perfetto della cura delle relazioni! È la sapienza di una bambina morente ad averlo compreso e ad aver incarnato il Vangelo… e ad avercelo donato!

di Sr.elisa Schiavo S.F.Alc.